domenica 27 novembre 2016

Suor Monica Chikwe

Suor Monica Chikwe è stanca. Stanca di trovare ragazze, a volte poco più che bambine, schiavizzate da uomini senza scrupoli e costrette a vendere il proprio corpo in un marciapiede sporco di Roma. Stanca di assistere a tanti bravi cattolici, professionisti e padri di famiglia che fanno aumentare la richiesta nel mercato della prostituzione in maniera “imbarazzante”. Stanca di vedere leggi contro clienti e trafficanti applicate per finta.
“Ci rendiamo conto o no che quella della prostituzione è una vera e propria schiavitù?”, dice la religiosa, impegnata nella Renate (Religious in Europe networking against trafficking and exploitation), ai giornalisti che incontra oggi in Sala Stampa vaticana. Con suor Imelda Poole e a Ivonne, una collaboratrice, hanno presentato stamattina la II assemblea europea dell’organismo in programma a Roma il 6-12 novembre sul tema: «La fine della tratta comincia con noi».
I partecipanti incontreranno domenica Papa Francesco. “Gli diremo che siamo contente perché sin dal primo giorno di pontificato ha dimostrato di avere a cuore questo problema sociale. Le sue parole ci incoraggiano. Lui fa già tanto per questo fenomeno, noi gli chiederemo di continuare ad appellarsi alla coscienza dei grandi del mondo, quelli che possono applicare la legge e raggiungere tante persone, affinché le cose possano cambiare”, confida la suora nigeriana.
E non esita ad alzare il tono di voce nel raccontare i drammi che hanno subito e subiscono le tante donne assistite da Renate. Giovani ragazze additate come ‘sfascia-famiglie’, ‘rovina della società’, laddove sono loro le prime vittime. “Una volta – racconta la suora – un uomo stava andando con una prostituta per una prestazione sessuale. Era orario di cena e la moglie a casa lo chiama e chiede: ‘Amore, posso buttare la pasta?’. ‘No – risponde – sono ancora in ufficio, ho tanto lavoro da sbrigare. Facciamo così: ti chiamo appena esco per dirti quando buttare la pasta’. La prostituta guarda quest’uomo e gli dice: ‘Ma che amore hai per la famiglia? Lei ti manifesta tanto amore e tu le dici bugie…’”.
“Ecco, questo è un problema che va affrontato da tutti, a tutti i livelli”, afferma suor Monica. “Oggi assistiamo a tanti femminicidi nella società perché l’uomo usa le risorse della famiglia e le dà alla prostituta. L’amore e le attenzioni che dovrebbe riservare alla moglie le dà alla prostituta. E quando torna a casa sua moglie non è più niente, è un peso da eliminare”.
Allora bisogna andare alla radice di questo cancro del tessuto sociale. Come? “Affrontando il problema del cliente”, dice suor Monica, “e i clienti non scendono dal cielo, sono uomini. L’80%, secondo le nostre ultime statistiche, sono uomini di Chiesa: non preti attenzione, ma laici che la domenica vanno a Messa. Uomini per bene, padri di famiglia, impiegati, vestiti con giacca e cravatta, o giovani 18enni. Il cliente non conosce età e classe sociale”.
Secondo la religiosa, attualmente non esistono proposte concrete per contrastare tale fenomeno. “Ci sono leggi, ma non vengono applicate. Tante ragazze hanno denunciato i trafficanti e questi sono finiti in cella e usciti due giorni dopo. Che legge è? La Francia ha avuto il coraggio di fare una legge che punisce davvero i trafficanti e i clienti, (quella del 6 aprile scorso che prevede multe di 1.500 euro che possono raddoppiare in caso di recidiva ndr), ma in Italia ancora non funziona”.
Da smantellare, spiega suor Monica, c’è un vero e proprio “mercato” gestito da aguzzini che raccolgono le ragazze nei campi profughi o nei loro Paesi d’origine, “magari con scuse del tipo: ‘Sei brava a fare i capelli. In Italia c’è bisogno di parrucchieri, farai un sacco di soldi…’ Poi le aiutano ad ottenere l’asilo politico e da lì inizia l’abisso”.
Il problema principale è che c’è tanta richiesta, anzi “un imbarazzante aumento della richiesta”, afferma la religiosa. E di conseguenza “i trafficanti usano tutti i mezzi e le strategie per portare i loro ‘prodottti’ sul mercato e rispondere a tale domanda. Invece, se tale problema venisse affrontato alla radice, gli schiavisti si seccherebbero come erba nel deserto. Nessuno comprerebbe più e forse cambierebbero mestiere…”.
Oltre a “leggi funzionanti”, secondo suor Chikwe ciò che serve è “un cambiamento di coscienza”:  i clienti dovranno prendere parte a una serie di incontri di sensibilizzazione, sul modello di quelli dedicati alla sicurezza stradale e alle droghe, con l’obiettivo di “renderli più consapevoli delle conseguenze delle loro azioni”.
“Solo in questo modo potremmo andare da qualche parte” e porre fine ad un turpe traffico che rovina l’esistenza di donne, uomini e intere famiglie. “La prostituzione non è il mestiere più antico del mondo, ma la tragedia più antica della storia!” esclama suor Monica. “Poi – aggiunge – bisogna distinguere: una cosa è fare la prostituta per volontà mia, una cosa è che qualcuno mi costringe a farlo e mangia su di me”. 
E guai a dire che le red street lights, le vie del sesso tanto diffuse in Olanda e Germania, sono una soluzione al traffico umano. “Queste ragazze sono messe in vetrina. Viene da piangere nel vederle esposte come vestiti da scegliere, provare, buttare. La donna non deve essere utilizzata in questa maniera, la donna non è creata per questo, non è lecito che gli uomini le usino come merce”.
Con questo impeto, la suora e gli altri membri della rete Renate svolgono un lavoro sul territorio, concentrandosi in particolare sulla via Salaria, noto crocevia di prostituzione a Roma. È lì che le ragazze vengono avvicinate e viene offerta loro una prima accoglienza. Ogni centro funziona poi come una casa famiglia, dove le donne vengono assistite dalle suore e da esperti che forniscono anche assistenza psicologica.
La maggior parte delle giovani assistite provengono da Nigeria, Romania, ex Unione Sovietica. Alcune sono anche cinesi. Dal 2013 sono state rimpatriate in 34, a volte anche con i loro figli. “Un giorno capitò una ragazza con cinque figli. Li abbiamo rimpatriati tutti. Non è stato facile, ma che dovevamo fare? Far partire la mamma e lasciare i bambini?”, racconta suor Monica.
E ci tiene a chiarire che queste ragazze “non vengono rispedite a casa e basta”, ma sono “indirizzate in progetti personalizzati nei loro Paesi d’origine, in modo da avere un’alternativa e non essere più tentate dal partire. Spesso, infatti, anche se li riabilitiamo psicologicamente sono fisicamente e umanamente distrutte, lesionate, a volte non sono più persone perché hanno subito cose terribili”.
Alla domanda di ZENIT se per il lavoro svolto abbia mai ricevuto minacce, suor Monica Chikwe risponde secca: “Mai. Anche se mi minacciassero, pazienza! Non ho figli, non ho famiglia, e se con il mio lavoro riesco a salvare la vita di una ragazza, cosa mi importa della mia?”

Figlia

Figlia mia
prendi le grazie
che gli uomini disprezzano;
prendine quante riesci a portarne.

un sogno continuo

Forse tutta la vita non è che un sogno continuo, e il momento della morte sarà un risveglio improvviso

la gente dirà: è morto. In realtà la morte non esiste... appena chiudo gli occhi mi apro all’infinito di Dio

Aveva sette anni il piccolo Oreste Benzi il giorno in cui la maestra Olga parlò di tre figure: lo scienziato, l’esploratore e il sacerdote. Tornò da scuola e disse a sua madre «io farò il prete»: non un’infatuazione ma un innamoramento che darà l’impronta a tutta la sua vita e farà di don Benzi – del quale si è aperto a Rimini il processo per la causa di beatificazione – una delle figure più straordinarie della Chiesa, un «infaticabile apostolo della carità», come lo definirà Benedetto XVI. Settimo di nove figli, a 12 anni entrò in seminario e per contribuire agli studi i suoi genitori chiesero l’elemosina. Sono esperienze come questa, per nulla avvilenti, anzi dense di dignità e amore, a formare il futuro sacerdote, che del sacrificio paterno dirà: «Questo fatto mi ha aiutato molto in seguito...». Se dalla madre Rosa apprese la forza dirompente della preghiera, dal padre Achille ereditò l’amore per i piccoli, parola che racchiudeva tutte le emarginazioni. Il primo dei piccoli era proprio quel padre: una sera tornò a casa e raccontò alla famiglia di aver aiutato un proprietario terriero a disincagliare la sua auto. Il ricco gli aveva dato una mancia di due lire e soprattutto "po u’ma stret la mena!", diceva incredulo, «poi mi ha stretto la mano». A suo figlio invece strinse il cuore: «Mio padre apparteneva a quella categoria di persone che reputano di non valere nulla, che chiede quasi scusa di esistere – racconterà don Oreste –. Quando io incontro il povero, l’ultimo, il disperato, quelli che sono alla stazione, sul marciapiede, in me si rifà presente quella immagine di mio papà». Non dormiva mai più di tre ore per notte, per non perderne nemmeno uno. È stato il prete delle vere rivoluzioni sociali, tutte condotte da dentro la Chiesa, armato di tonaca e Vangelo. Negli anni ’60 la sua battaglia perché i disabili non venissero nascosti come una vergogna ma fossero accettati negli alberghi, a scuola e al lavoro suscitò proteste e serrate. Il “suo” ’68 fu incendiario nei fatti: in quell’anno fondò la Comunità Papa Giovanni XXIII, oggi diffusa nel mondo, e divenne parroco della “Resurrezione” nel quartiere più desolato della periferia riminese, quella Grotta Rossa dove ieri si celebrava l’apertura del processo di beatificazione e che per 32 anni divenne la sua casa. «Quanti giovani vecchi ho visto nella mia vita», diceva dell’altro ’68, quello delle ideologie senza fatti, «incendiari al liceo, ma poi al primo salario, entrati nelle stanze del comando, tutti pompieri. Il loro dorso diventava flessibile, dove si poteva fare carriera. Perché? Perché la loro rivoluzione era contro, non per». Il dorso don Oreste non lo ha mai piegato davanti ai potenti, soltanto per chinarsi e raccogliere il povero, il barbone, la prostituta, il drogato. Contro "tutte" le guerre, ha combattuto accanto ai primi obiettori di coscienza per la nonviolenza così come al fianco di migliaia di bambini destinati all’aborto, oggi tutti suoi figli. Quando le loro madri tornavano a trovarlo col bimbo in braccio, lo guardava ridendo: "la t’è nde bin", ti è andata bene! «L’uomo non è il suo errore», ha rivelato ai carcerati, convincendoli che ricominciare si può. «Nessuna donna nasce prostituta», ha detto prendendone per mano 7mila e salvandole dalla schiavitù. E poi anziani soli, persone malate, zingari, immigrati, sbandati, drogati, alcolizzati... Erano in diecimila al suo funerale nel 2007, tutti graziati dall’«incontro simpatico con Cristo» (sim-patia, in greco consonanza), tutti con la luce negli occhi e un amore palpabile nel cuore. La sua intuizione più geniale fu la famiglia come terapia contro ogni solitudine e sconfitta: «Date una famiglia a chi non ce l’ha», disse ai suoi, e centinaia di giovani sposi accanto ai propri figli oggi ne accolgono sette, otto disabili gravissimi, quelli che nessuno vuole. Ciò che colpisce è la gioia semplice con cui lo fanno. «La Papa Giovanni è una Comunità di gente che è totalmente in simpatia con Cristo, per cui ha il sorriso sul volto – spiegò –. Quando arrivano i disperati, in ognuno di loro vede Gesù, quindi viene fuori una Comunità che è una sinfonia, la sinfonia di Dio». La notte del 25 settembre del 2007 uscì dalla sua Grotta Rossa e bussò alla Capanna di Betlemme, la prima delle strutture per senzatetto: «Eccomi, sono un barbone». Morirà poco dopo, nella notte tra i Santi e i Morti, all’improvviso, dopo una cena al ristorante con gli amici più cari (fatto mai avvenuto prima) e dopo aver vergato un’ultima profetica meditazione: «Nel momento in cui chiuderò gli occhi a questa terra la gente dirà: è morto. In realtà la morte non esiste... appena chiudo gli occhi mi apro all’infinito di Dio».

Conferenza stampa di Papa Francesco sul volo di ritorno dalla Svezia

la fede

La fede va protetta
la fede va testimoniata
(convince chi è convinto)
con il tuo amore per Gesù per la Madonna
la fede va vissuta

grande amore



Un grande amore trasforma le piccole cose in cose grandi e solo l'amore dà valore alle nostre azioni e tanto più il nostro amore diventa puro, tanto meno il fuoco delle sofferenze avrà da distruggere in noi e la sofferenza per noi cesserà di essere sofferenza.
Diventerà per noi una delizia. Con la grazia di Dio ora ho ottenuto questa disposizione del cuore, cioè non sono mai tanto felice, come quando soffro per Gesù che amo con ogni palpito del cuore. Una volta che avevo una grande sofferenza, lasciai il mio lavoro per correre da Gesù e pregarlo che mi desse la Sua forza. Dopo una breve preghiera, me ne tornai al mio dovere piena d'entusiasmo e di gioia. In quel mentre una suora mi disse: «Senza dubbio lei sorella, oggi ha molte consolazioni, dato che è così raggiante. Dio certamente a lei non dà alcuna sofferenza, ma esclusivamente consolazioni ». Risposi: « Sta sbagliando, sorella, e parecchio, poiché è proprio quando soffro molto che la mia gioia e maggiore, mentre quando soffro di meno, anche la mia gioia è minore ». Ma quell'anima mi fece capire che non afferrava il mio discorso. Cercai di spiegarglielo. Quando soffriamo molto abbiamo una grande opportunità di mostrare a Dio che L'amiamo, mentre quando soffriamo poco, abbiamo poca possibilità di mostrare a Dio il nostro amore, e quando non soffriamo affatto, il nostro amore non è ne grande ne puro.

donami l'amore


donami l'amore
perché io possa perdonare
Gesù donami l'amore perché io
possa riamarti
libera il mio cuore da tutto ciò
che mi toglie il tempo per te.

venerdì 18 novembre 2016

"IL RISVEGLIO DI UN GIGANTE"

prima piacentina del docufilm
"IL RISVEGLIO DI UN GIGANTE"
- vita di Santa Veronica Giuliani,
cinema Jolly2 a S. Nicolò (PC),
venerdì 9 dicembre alle ore 20.30.
Saranno presenti alla proiezione anche
il regista Giovanni Ziberna
e la moglie Valeria Baldan
che daranno una forte testimonianza
della loro conversione alla fede
avuta proprio grazie a questa santa.
Dopo il film ci sarà la possibilità
di un confronto e a seguire buffet.
Per informazioni:
Nadia 393 1938731

sabato 12 novembre 2016

1 novembre sei scrupoloso??

chi ha una coscenza scrupolosa
legga qui
...per tutti gli altri sarebbe dannoso!!!

NON DOBBIAMO
PREOCCUPARCI DEI NOSTRI
PECCATI
In cielo sono più belli gli alberi
che hanno peccato di più sulla terra
perché hanno sfruttato i propri
peccati come concime e li hanno
messi sotto le proprie radici.
Beata Miriam di Betlemme

DAG

Dammi sensi puri per vederti, o Signore.
Dammi sensi umili per udirti.
Dammi sensi d'amore per servirti
Dammi sensi di fede per dimorare in te.
DAG HAMMARSKJOLD
M

The Sun - Ciò Che Rimane

ama

umorismo

«L’attitudine umana 
più vicina alla grazia di Dio è l’umorismo»

 #papaFrancesco

Corso Messa 4 don Andrea Brugoli

Dal minuto 55 

Aneddoto sulla balaustra



😊





che bello !!!

Padre Serafino Tognetti - Testimonianza sulla Beata Chiara Luce Badano

Le 10 principali leggende legate alla migrazione


1. Ci portano le malattie: come Ebola, Tubercolosi e scabbia. Non è così. I migranti non rappresentano un rischio per la salute pubblica. Nel corso di oltre dieci anni di attività mediche in Italia, MSF non ha memoria di un solo caso in cui la presenza di immigrati sul territorio sia stata causa di un’ emergenza di salute pubblica.
2. Li trattiamo meglio degli italiani! Falso. In Italia, il sistema di accoglienza è gestito dal Ministero dell’ Interno e comprende centri di prima e seconda accoglienza. L’ insieme delle strutture ordinarie e dei servizi predisposti dalle autorità centrali e dagli enti locali è largamente insufficiente, tanto che più del 70% dei richiedenti asilo è attualmente ospitato in strutture temporanee e straordinarie.
3. Aiutiamoli a casa loro. La comunità internazionale da decenni si pone come obiettivo di eliminare la fame e la povertà estrema ma, nonostante gli sforzi e gli investimenti, i risultati sono ancora insufficienti. E in ogni caso, gli aiuti internazionali da soli non bastano a consentire il rientro a casa in sicurezza di chi fugge da conflitti, persecuzioni e violenza.
4. Hanno pure lo smartphone. Ma tu riesci a immaginare di fuggire senza? Per chi fugge da guerra, violenze o povertà ed è costretto a intraprendere un lungo e pericoloso viaggio, i cellulari, in particolare gli smartphone, sono beni di prima necessità: il mezzo più economico per stare in contatto con i propri familiari; permettono di capire dove ci si trova, attraverso la geolocalizzazione; servono a condividere informazioni fondamentali su rotte, mappe, pericoli alle frontiere, blocchi.
5. Vengono tutti in Italia. Sono troppi! Peccato che sia solo il 6% di chi scappa che arriva in Europa. Degli oltre 65 milioni di persone nel mondo costrette alla fuga nel 2015, ben l’ 86% resta nelle regioni più povere del pianeta. Il 39% si trova in Medio Oriente e Nord Africa, il 29% in Africa, il 14% in Asia e Pacifico, il 12% nelle Americhe.
6. Sono tutti uomini giovani e forti. La maggioranza delle persone che arrivano in Europa è rappresentata da giovani uomini perché hanno una condizione fisica migliore per poter affrontare un viaggio così duro. Spesso sono le stesse famiglie a mandarli per primi, sperando un giorno di potersi ricongiungere. Tuttavia, il numero di famiglie, donne e minori non accompagnati è in aumento. Nel 2015, secondo l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), di circa un milione di persone arrivate in Grecia, in Italia o Spagna via mare, il 17% è costituito da donne e il 25% da bambini.
7. Ci rubano il lavoro. Le analisi esistenti mettono in evidenza la scarsa “concorrenzialità” tra lavoro straniero e lavoro autoctono a parità di competenze. Secondo il Ministero del Lavoro solo l’ 1,3 per cento dei lavoratori italiani con laurea svolge un lavoro manuale non qualificato, mentre questa percentuale si alza all’ 8,4% nei lavoratori extra-comunitari. Inoltre, secondo l’ Inps ogni anno gli “immigrati” versano 8 miliardi di euro di contributi e ne ricevono 3 in pensioni e altre prestazioni, con un saldo netto di circa 5 miliardi (fonte, Redattore Sociale).
8. Non scappano dalla guerra. La distinzione tra rifugiati e migranti economici è una semplificazione. I motivi che spingono le persone a fuggire dai propri Paesi sono diversi e spesso correlati tra loro: guerre (Siria, Iraq, Nigeria, Afghanistan, Sud Sudan, Yemen, Somalia), instabilità politica e militare (Mali), regimi oppressivi (Eritrea, Gambia), violenze (lago Chad), povertà estrema (Senegal, Costa d'Avorio, Tunisia).
9. Sbarcano i terroristi. Peccato che la maggior parte degli affiliati ai gruppi terroristici coinvolti negli attentati in Europa fosse già presente sul territorio, in quanto di cittadini europei. La maggior parte è fatta di persone vulnerabili che fuggono da guerre e violenza.
10. Sono pericolosi. Sono più vulnerabili che pericolosi. Numerosi studi internazionali hanno evidenziato l’ inesistenza di una corrispondenza diretta tra l’ aumento della popolazione immigrata e l’ incremento del numero di denunce per reati penali. E’ pur vero che sono molti i detenuti stranieri nelle carceri italiane (il 34% dei reclusi, al 30 settembre 2016), ma ciò è dovuto a una serie di fattori precisi. In particolare, a parità di reato gli stranieri vengono sottoposti a misure di carcerazione preventiva molto più spesso degli italiani, che ottengono invece con maggiore facilità gli arresti domiciliari (o misure cautelari alternative alla detenzione, una volta emessa la condanna). La stessa azione di repressione opera con più frequenza nei confronti degli stranieri, che con maggiore facilità sono sottoposti a fermi e controlli di routine da parte dalle forze di polizia.

sabbia

Se cerchiamo di nasconderlo, anche il peccato piccolo come un granello di sabbia può diventare grande come una montagna. Ma se ne facciamo aperta confessione, sarà sradicato dal nostro cuore

amore

«l'amore è forte come la morte»
(Cantico 8,6). 
Colui che rimane sulla terra
ha ancora il cuore dell'altro;
e chi è oltre la soglia della morte 
ha in sé il cuore di chi continua a
vivere sulla terra.
Per questo il Dio eterno
è definito da san Giovanni
semplicemente Amore.

servire

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Solamente chi sa servire è un vero capofamiglia.
Egli dà senza aspettarsi nulla di ritorno.

la madonna dei sacerdoti

"Sono la madonna dei sacerdoti"
Poi depose a terra Gesù ed alzò la mano
destra verso il cielo e disse:
"O Dio, benedici la Polonia, benedici i 
sacerdoti"
E di nuovo rivolta verso di me disse:
"Racconta ai sacerdoti quello che hai visto"

lotta!!

Sappi che con una lotta intrepida
Mi fai un grande onore
e metti da parte meriti per te

la forza

Non lottare da sola contro la tentazione,
ma rivelarla subito al confessore
ed allora la tentazione perderà
tutta la sua forza

mia nonna

Oggi mia nonna è una bella donna di 72 anni, con una testolina cotonata (così chiamiamo mio fratello ed io i suoi preziosi capelli bianchi). Colora libri di arte-terapia insieme a sua nipote, cucina le migliori empanadas di fagioli al mondo e gradualmente, insieme alla bimba che salvò un giorno, sta imparando le lettere dell’alfabeto. È immensamente amata. Lavorò duramente per andare avanti insieme a sua figlia; tempo dopo conobbe un uomo buono, i due si innamorarono e lui ricevette a braccia aperte la bimba dai capelli scuri che lei aveva cresciuta da sola per anni. Oggi ho l’onore di chiamare ‘nonno’ quest’uomo. E anche se non siamo uniti da alcun legame di sangue, c’è una tenerezza speciale che ci unisce sin dal primo giorno in cui mi ha accettata come sua nipote.

La letteratura fantasy può essere uno strumento di formazione della coscienza. Non ci credete?


Il bambino conosce dal profondo il drago, fin da quando riesce ad immaginare. Ciò che la favola gli fornisce è che esiste un San Giorgio che uccide il drago” (da G. K. Chesterton, The red angel, in Tremendous trifles. Qui l’originale inglese). E’ la certezza cristiana che il bene ha sempre la meglio sul male, nonostante la storia sembri a volte dire il contrario.

http://it.aleteia.org/2016/10/29/silvana-de-mari-hania-strega-muta/

"Ho creato tutto questo per te

Attraversai l'orto e mi fermai
sulla riva del lago e rimasi 
a lungo assorta pensando
a questo elemento della natura.
Ad un tratto vidi presso di me Gesù,
che mi disse amabilmente:
"Ho creato tutto questo per te, Mia sposa,
e sappi che tutte le bellezze sono nulla
in confronto a quello che ti ho preparato
nell'eternità".

Figlia mia



Figlia mia medita su queste parole:" ed in preda all'angoscia , pregava più a lungo"
Quando cominciai a riflettere
più a fondo , molta luce penetrò
nella mia anima .
Compresi di quanta perseveranza
nella preghiera abbiamo bisogno
e che da tale faticosa preghiera
dipende talvolta la nostra salvezza.

Pace, pace, pace.

L'immagine può contenere: cielo, una o più persone, spazio all'aperto e natura

Mafia, decapitato il clan Giannelli a Parabita (LE). Progettavano attent...

[OFFICIAL VIDEO] Hallelujah - Pentatonix

Aleluja- Sestre Ramljak ( Leonard Cohen)

SANTO SEPOLCRO: RIPORTATO ALLA LUCE IL LETTO DI ROCCIA SU CUI FU DEPOSTO IL CORPO DI GESÙ




Per la prima volta da secoli, la superficie originale di quella che è tradizionalmente considerata la tomba di Gesù è stata riportata alla luce. Situata nella Basilica del Santo Sepolcro, nella Città Vecchia di Gerusalemme, la tomba era stata ricoperta con una lastra di marmo al più tardi nel 1555, ma probabilmente parecchi secoli prima.

«Una volta rimossa la lastra di marmo, siamo rimasti sorpresi trovando al di sotto una grande quantità di materiale di riempimento», racconta Fredrik Hiebert, archeologo residente della National Geographic Society, che partecipa al progetto di restauro del sepolcro. «Occorrerà del tempo per portare a termine tutte le analisi scientifiche, ma alla fine saremo in grado di vedere la superficie originale di roccia su cui, secondo la tradizione, fu deposto il corpo del Cristo morto».
[...]
Il banco dove fu deposto il corpo è ora contenuto in una piccola struttura all'interno della basilica, detta l'Edicola (dal latino aedicula, "piccola casa"), che fu ricostruita per l'ultima volta nel 1808-10 dopo essere stata distrutta da un incendio. Oggi l'Edicola e la tomba sono oggetto di un restauro curato da un'équipe dell'Università Tecnica Nazionale di Atene, sotto la direzione di Antonia Moropoulou, principale supervisore scientifico.

Riportando alla luce e studiando il letto di roccia, i ricercatori puntano a chiarire meglio la forma originaria del sepolcro, ma anche ad analizzare le vicissitudini storiche del sito, diventato oggetto di venerazione da parte dei fedeli da quando, nel 326 d.C. Elena, madre dell'imperatore romano Costantino, lo identificò come luogo di sepoltura di Cristo. «Siamo in un momento cruciale per il restauro dell'Edicola", dice Moropoulou said. "Le tecniche che stiamo usando per analizzare questo monumento unico al mondo permetteranno al mondo intero di seguire le nostre scoperte come se ciascuno di noi fosse lì, davanti alla tomba di Cristo».  [...]

Gesù a s. Faustina Kowalska



Satana si può nascondere
anche sotto il manto
dell'umiltà,
ma non è capace
di indossare
il manto dell'ubbidienza.

Gesù a s. Faustina Kowalska

Gesù a s. Faustina Kowalska



A colui che avrà posto la sua fiducia nella Mia misericordia, nell'ora della morte colmerò l'anima con la Mia pace divina. Le grazie della Mia misericordia si attingono con un solo recipiente e questo è la fiducia. Più un anima ha fiducia, più ottiene. Sono di un grande conforto per me le anime che hanno una fiducia illimitata, e su di loro riverso tutti i tesori delle Mie grazie. Sono contento qando chiedono molto, poichè è Mio desiderio dare molto, anzi, moltissimo. L'anima che confida nella Mia misericordia è la più felice, poichè Io stesso ho cura di lei. Nessun'anima, cha ha invocato la Mia misericordia, è rimasta delusa né confusa. Ho una predilezione particolare per l'anima che ha fiducia nella Mia bontà'
Gesù a s. Faustina Kowalska

Testimonianza di Marcella Falchi

compito

Quando ti fidi del Signore succedono cose grosse

Quando ti fidi del Signore succedono cose grosse

DI COSTANZA MIRIANO
web
di Costanza Miriano
A Staggia Senese c’è un’epidemia di felicità. Non si riesce ad arginarla. E aumenta, pure. Perché continuano a nascere bambini da genitori infetti, è difficile pensare che possano guarire.
Staggia Senese, poi, c’è anche un prete che fa il prete. Davvero. Come diciamo tra amici, un prete che ci crede, uno cattolico.
Ecco, io non so quanto mettere in connessione queste due informazioni. Penso parecchio, sinceramente. Perché ho sperimentato che quando c’è qualcuno che comincia a dare la sua vita seriamente, il bene si irraggia. È diffusivo. Il Signore parte da un sì detto seriamente, con tutto il cuore – magari un cuore sgangherato, fragile, incostante, pieno di domande, ma che ha detto sì con tutto se stesso – e non si lascia certo battere in generosità. Parte da un sì totale, e fa nascere opere miracolose, gigantesche, ciclopiche. Pensiamo ai sì di Benedetto da Norcia, a quello di Teresa d’Avila, Caterina da Siena. Gente che ha cambiato il corso della storia.

Non so cosa farà il Signore del sì di don Stefano. Per ora quello che ho visto è che tante altre persone dietro a lui, prima alcune poi molte altre, hanno cominciato a scommettere tutto su Gesù. Ma proprio tutto.
La giornata del Timone alla quale sono stata invitata (e premiata) ha mostrato chiaramente come chi ha fede fa le cose in modo meraviglioso: la crisi della nostra civiltà e la crisi economica sono infatti innanzitutto crisi di fede (io dico sempre che il gesto più ecologico che possiamo fare è pregare: dalla preghiera discende tutto).
L’organizzazione e l’efficienza della parrocchia sono state davvero impressionanti. Ognuno dei collaboratori aveva un compito pianificato e specificato nei particolari (lo schemino nella tasca di Don Stefano era un po’ allarmante nella sua teutonica precisione: c’era persino scritto chi doveva spostare cosa in caso di pioggia), e tutto è stato fatto a regola d’arte, a cominciare da un pranzo degno di un ristorante a non so quante stelle, caldo al punto giusto, non scotto non freddo non salato non sciapo (come si fa che io vado in crisi quando un figlio torna prima, uno dopo?). La scuola parentale che ho potuto visitare mi ha fatto venir voglia di chiedere il trasferimento e traslocare in Toscana, solo per poter permettere ai nostri figli di avere il meglio del meglio a scuola.
Ma vorrei soffermarmi su un altro fatto, e cioè che ci sono molte, davvero molte donne, che hanno deciso di lasciare il lavoro e mettersi a fare le mogli e le mamme a tempo pieno. Non voglio dire con questo che segue il Signore solo una donna che non lavora (tanto lo so che qualcuno la leggerà così), perché io sarei la prima a non rientrare nel canone.
Voglio dire che segue il Signore chi non decide come se la sua vita fosse sua, e quindi la consegna, perché neppure il tempo è nostro. Queste donne, incoraggiate da don Stefano, che ha una moltitudine di figli spirituali (ho visto la sua agenda con gli appuntamenti per i colloqui e mi chiedo come sopravviva), hanno deciso che il tempo per le relazioni, prima di tutto la famiglia, era più importante di tutto il resto. E si sono buttate. C’è quella che ha quattro figli piccoli, e quella che non ne ha, quella che ne ha uno malato particolarmente bisognoso di cure, quella che li ha grandi. In comune, la decisione ferma di non dare via il proprio tempo solo in cambio di denaro, perché di denaro forse ne serve meno di quanto pensiamo.
La prima obiezione che a tutte noi verrebbe, anzi, viene, è: la nostra famiglia non se lo può permettere. Io ho provato a fare questo esercizio, con don Stefano, a cena. Eravamo ospiti di una meravigliosa coppia che i figli non li ha avuti, ma lei ha lo stesso deciso di lasciare il lavoro per avere più tempo per la famiglia (una coppia aperta alla vita E’ una famiglia), per gli amici, le persone bisognose, la casa, la parrocchia. Raccontava che è rinata da quando ha fatto questo salto nel vuoto, perché di salto si tratta. Rinunci a uno stipendio fisso e sicuro. Devi fare delle scelte diverse. Devi fidarti. Devi rinunciare a tenere tutto sotto controllo.
Parlando con loro e analizzando tutte le voci di spesa, mi era sempre più chiaro che io considero necessario e imprescindibile ciò che forse non lo è. Se i soldi si dimezzano si adotta tutto un altro stile di vita: forse, che so, non si va più al bar, la merenda si prepara solo a casa, i vestiti sono un po’ di meno, magari l’abbonamento a Sky non appare più indispensabile, le vacanze sono molto più sobrie. Però si acquista una libertà incredibile: la libertà di esserci quando c’è bisogno di noi. Viviamo immersi in uno stile di vita che ci induce a consumare sicuramente molto oltre il necessario, oltre il minimo indispensabile sicuramente.
Chissà, forse ci possiamo fare qualche domanda in più. A cosa ci stiamo dedicando? Là dove è il tuo tesoro, lì sarà il tuo cuore. Vale la pena correre come matte dalla mattina alla sera, chiedendo a qualcun altro di custodire i nostri tesori più cari?
Io guardando i visi di quelle spose e madri contente, allegre, non continuamente in lotta con l’orologio, col tempo che non basta, coi sensi di colpa, ho visto dei visi allegri e senza rimpianti.
Credo che la questione sia molto complessa, e credo che le variabili siano moltissime: quali sono le spese fisse (un mutuo?), quale lo stipendio dell’uomo, quale l’orario di assenza da casa e anche che tipo di contributo ci permette di dare al regno dei cieli in terra il nostro lavoro, quale l’età dei figli. Ma ho visto un don Stefano convintissimo nell’incoraggiare la scelta di rimanere a casa (a ogni figlio la parrocchia regala 2000 euro alla nascita!), e ho visto felici quelle che si sono fidate di lui. Gli uomini, dice il don, all’inizio hanno paura, preoccupati come sono dell’aspetto economico, ma se la donna è capace di far capire loro che per lei è importante, che ne ha bisogno, che sarà una scelta per il bene di tutta la famiglia, dell’unione, lui si butta.
Sarebbe bello che noi donne per prime cominciassimo a riconsiderare il dogma del lavoro. Non è indiscutibile come un dogma. È una possibilità. Sarebbe bello, lo dico sempre, per esempio che a noi donne venisse data la possibilità di stare a casa negli anni dei figli piccoli, e poi di lavorare quando a casa se la cavano alla grande senza di noi. Magari mettendo a disposizione di altri quello che abbiamo imparato facendo le mamme (gestire guerre nucleari, guidare carrarmati stirando, paracadutarci nella giungla perché chi è sopravvissuto alle coliche notturne è pronto a qualsiasi privazione).
Insomma, il discorso aprirebbe finestre infinite. Io volevo solo dire che forse non è tutto così scontato e ovvio e inevitabile come il pensiero unico ci vuol far credere. E che quando qualcuno si fida del Signore, succedono cose grosse. Se le temete, state alla larga dalla parrocchia di Staggia.

Medjugorje

Medjugorje Varese
Medjugorje, messaggio del 25 ottobre 2016. "Cari figli! Oggi vi invito: pregate per la pace! Abbandonate l'egoismo e vivete i messaggi che vi do. Senza di essi non potete cambiare la vostra vita. Vivendo la preghiera avrete la pace. Vivendo nella pace sentirete il bisogno di testimoniare, perché scoprirete Dio che adesso sentite lontano. Perciò, figlioli, pregate, pregate, pregate e permettete a Dio di entrare nei vostri cuori. Ritornate al digiuno e alla confessione, affinché possiate vincere il male in voi e attorno a voi. Grazie per aver risposto alla mia chiamata”.
In Spagnolo: Mensajes de Nuestra Señora
Mensaje, 25. octubre 2016 “Queridos hijos! Hoy los invito: ¡oren por la paz! Dejen de lado el egoísmo y vivan los mensajes que les doy. Sin ellos no pueden cambiar su vida. Al vivir la oración, ustedes tendrán paz. Al vivir en paz, sentirán la necesidad de dar testimonio, porque descubrirán a Dios a quien ahora sienten distante. Por eso, hijitos, oren, oren, oren y permitan a Dios que entre en sus corazones. Regresen al ayuno y a la confesión, a fin de que puedan vencer el mal en ustedes y en torno a ustedes. Gracias por haber respondido a mi llamado."

ragione

a via della ragione è importante per incontrare Dio, ma non è né l'esclusiva né la prima in assoluto. È per questo che egli può essere conosciuto altrettanto bene, anzi meglio, dai puri di cuore, dai semplici che lo cercano con animo limpido, dai giusti, dai poveri e dai bambini. Costoro avranno meno sorprese, quando saranno davanti a lui, di tanti scribi e sapienti che disprezzano «questa gente che non conosce la Legge» (Giovanni 7,49): «Due eccessi da evitare: escludere la ragione, ammettere solo la ragione».
M

ti amo e ho detto tutto

pope

24 luglio 1982